L’INTELLIGENZA EMOTIVA NON SERVE A ESSERE PIÙ GENTILI. SERVE A GUIDARE MEGLIO.

Per molti anni il mondo aziendale ha classificato alcune competenze come “soft skills”.

Ascolto.
Empatia.
Gestione delle emozioni.
Capacità relazionali.

Un’espressione curiosa.

Perché suggerisce qualcosa di accessorio.

Qualcosa che può essere utile, ma non determinante.

Eppure, osservando le organizzazioni da vicino, emerge spesso una realtà diversa.

Negli ultimi anni mi è capitato di confrontarmi con imprenditori e manager alle prese con sfide molto differenti tra loro.

Aziende che devono riorganizzarsi.

Organizzazioni che faticano a trasformare le idee in decisioni.

Percorsi di passaggio generazionale in cui la nuova leadership cerca di costruire autorevolezza.

Situazioni apparentemente diverse.

Ma accomunate da una caratteristica.

La soluzione non dipende quasi mai dalla competenza tecnica.

Dipende dalla capacità di guidare le persone.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza emotiva.

Non come qualità caratteriale.

Non come predisposizione personale.

Ma come insieme di competenze che influenzano direttamente la qualità della leadership.

Un imprenditore che affronta una fase di trasformazione deve saper convivere con l’incertezza.

Un manager deve saper prendere decisioni anche quando non possiede tutte le informazioni.

Un successore deve costruire fiducia senza poter contare esclusivamente sul proprio ruolo.

Nessuna di queste sfide si risolve con una formula tecnica.

Richiedono qualcosa di diverso.

Richiedono autoconsapevolezza.

Capacità di ascolto.

Gestione delle emozioni.

Capacità di leggere il contesto.

Capacità di costruire relazioni di fiducia.

La ricerca manageriale e organizzativa ha dedicato molta attenzione a questi temi negli ultimi anni.

Uno dei concetti più studiati è quello della sicurezza psicologica.

In termini semplici, si tratta della percezione che le persone possano esprimere idee, dubbi e opinioni senza il timore di essere giudicate o penalizzate.

Può sembrare un tema lontano dai risultati economici.

Non lo è.

Perché le persone condividono idee solo quando si sentono ascoltate.

Segnalano problemi solo quando si sentono al sicuro.

Collaborano solo quando esiste fiducia.

E senza queste condizioni diventa difficile innovare, migliorare e adattarsi al cambiamento.

Molti leader continuano a pensare che autorevolezza significhi avere le risposte.

La realtà è spesso diversa.

L’autorevolezza nasce dalla capacità di creare un contesto nel quale le migliori risposte possano emergere.

Per questo motivo l’intelligenza emotiva non dovrebbe essere considerata una competenza accessoria.

È una competenza manageriale.

Forse una delle più importanti.

Perché influenza il modo in cui vengono prese le decisioni.

Influenza il modo in cui vengono gestiti i conflitti.

Influenza il modo in cui le persone affrontano il cambiamento.

Influenza perfino la capacità dell’organizzazione di apprendere.

Le aziende investono continuamente in tecnologia, processi e strumenti.

Tutti elementi fondamentali.

Ma nessuna tecnologia può sostituire la fiducia.

Nessun processo può sostituire la qualità delle relazioni.

Nessuno strumento può sostituire la capacità di guidare le persone nei momenti difficili.

Forse è arrivato il momento di smettere di chiamarle soft skills.

Perché molte delle sfide più complesse che le organizzazioni affrontano oggi dipendono proprio da queste competenze.

E perché, sempre più spesso, la differenza tra una buona organizzazione e una grande organizzazione non risiede nelle risorse che possiede.

Risiede nella qualità della leadership che riesce a esprimere.

Perché guidare un’organizzazione non significa soltanto definire strategie, controllare numeri o prendere decisioni.

Significa aiutare le persone ad affrontare l’incertezza.

Creare fiducia.

Favorire il confronto.

Trasformare idee in decisioni e decisioni in azioni.

In altre parole, significa creare le condizioni affinché l’intelligenza dell’organizzazione possa esprimersi al meglio.

E questa non è una competenza soft.

È una delle competenze più difficili e più preziose che un leader possa sviluppare.